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mercoledì 8 settembre 2010
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Antonio Giordano: a Mercogliano l'America è vicina

di Simona Pasquale - 17/07/2009

Quarantasei anni, napoletano, una carriera di successo nel mondo della ricerca iniziata nel lontano ’86 e continuata con il Nobel James Watson. Da allora, un fiume in piena di brevetti e pubblicazioni. Antonio Giordano racconta il suo sogno: creare un ponte fra Stati Uniti e Italia, attraverso l’apertura di centri d’avanguardia come il CROM – il Centro di Ricerche Oncologiche di Mercogliano ‘Fiorentino Lo Vuolo’.



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Un'avventura di successo nell'universo della ricerca iniziata con la laurea in Medicina a Napoli nell’86 a soli 23 anni e completata negli Stati Uniti come allievo del Nobel Watson al Cold Spring Habor Laboratory di New York. Ha all’attivo oltre trecento pubblicazioni e nove brevetti. Board di alcune delle più importanti riviste scientifiche, dal ’92 il prestigiosissimo National Insitute of Health finanzia le sue ricerche. Da cinque anni, Antonio Giordano insegna per chiara fama Anatomia Patologica all’Università di Siena. In mente il sogno di creare un ponte fra gli Stati Uniti e l’Italia, attraverso l’apertura di centri d’avanguardia di stampo anglosassone, come il CROM - Centro di Ricerche Oncologiche di Mercogliano ‘Fiorentino Lo Vuolo’.

 
È stato il primo a capire l’esistenza di un collegamento diretto tra  la  regolazione  del  ciclo  cellulare  e  lo  sviluppo  del  cancro, scoprendo la ciclina, proteina che regola il ciclo cellulare e dimostrando come le cellule sane si ammalino attraverso la sua interazione diretta con degli oncogeni. Nel ’93 scopre, clonandolo, il gene oncosoppressore RB2/p130, importante nel ciclo cellulare perchè controlla la replicazione del DNA e prevede l’insorgere della malattia.
Nei primissimi anni 2000 dimostra come sia possibile ridurre drasticamente la crescita del carcinoma polmonare nei topi attraverso la terapia genica in vivo, utilizzando il gene RB2/p130 come vettore di un retrovirus. È infine sua la scoperta di due importanti ‘guardiani’  del genoma umano: i geni CDK9 e CDK10. In un recente numero di Nature ha scritto, insieme alla ricercatrice Silvia Lapenna del CROM una articolo sull’attuale panorama delle terapie genetiche per la cura del cancro, formulando delle proposte di intervento basate sugli studi condotti in questi anni sui farmaci cosiddetti intelligenti in grado di inibire alcuni tipi di chinasi, enzimi coinvolti nei processi energetici della cellula. «I risultati sono per ora promettenti – dice la ricercatrice – non ancora tali, però, da realizzare un farmaco disponibile in commercio »
 
Nato in una famiglia di medici, quando decide di studiare Medicina, il padre lo incoraggia ad andare all’estero. A Houston dove, si reca ogni estate come summer student, incontra Orlo Clark, il fondatore del centro tumori più grande del mondo, che lo incoraggia a studiare le applicazioni delle genetica alla cura del cancro. «All’inizio volevo fare il cardiochirurgo. Il trapianto del cuore allora sembrava l’ultima frontiera della Medicina. Mi resi presto conto, però, che si trattava di un gesto meccanico, nello stesso momento si facevano contemporaneamente quindici interventi a cuore aperto, come in una catena di montaggio. Pensai che mi sarei annoiato». Fedele al principio che per fare cose importanti devi misurarti con i migliori va a lavorare a New York con Watson e nel ’92 a Philadelphia fonda insieme a Mario Sbarro ristoratore italo-americano e proprietario di una catena di ristoranti, lo Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine. Nel 2004 viene richiamato in Italia, a Siena.
 
Da allora vive sospeso tra gli Stati Uniti e l’Italia inseguendo il sogno di creare un ponte fra i due paesi e dare credito alla nostra tradizione scientifica. «Amo Napoli e l’Italia in modo viscerale e accetto di tornare qui solo ogni quindici giorni perché ho un sogno, una visione. Siamo famosi per la moda, la cucina, l’arte e non per Galileo, Marconi, o Fermi. È dal Rinascimento che in Italia non investiamo più sugli uomini. Perché gli Stati Uniti vogliono globalizzare? Per esportare le loro grandi tecnologie, il 90% delle tecnologie del mondo nasce lì e sono i giovani a portare avanti l’innovazione».
 
In quest’ottica si collocano il progetto della sede senese dello Sbarro Institute e il Centro di Ricerche Oncologiche di Mercogliano. Lanciato un anno e mezzo fa, in mezzo a mille difficoltà, porta avanti programmi di ricerca avanzati a cui lavorano tanti giovani campani. «Vogliamo dimostrare di essere in grado di far emergere le eccellenze ed essere competitivi, Mercogliano potrebbe diventare un modello per altri, ma ci vorrebbe una maggiore attenzione da parte delle forze politiche».
 
Una scuola per talenti insomma nonostante le difficoltà. «In Italia si sono tanti mediocri, nullafacenti che danneggiano chi produce e cerca di portare avanti programmi indipendenti dai soliti meccanismi, fuggire non è necessariamente la soluzione. Chi fugge spesso trova un lavoro, si integra, ma pochi arrivano ai vertici. Sono stato fortunato ho sempre capito l’importanza di quello che stavo facendo, spesso gli scienziati non lo fanno».
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