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mercoledì 8 settembre 2010
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Da Salerno nuove critiche alla legge sulla procreazione assistita

di Cristian Fuschetto - 06/02/2010

Qualche settimana fa, una sentenza di un giudice di Salerno ha autorizzato, per la prima volta in Italia, la diagnosi genetica preimpianto a una coppia fertile portatrice di una grave malattia ereditaria. E le polemiche sulla legge sulla procreazione assistita sono ben lontane dal placarsi…

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Sono trascorsi quasi sei anni dalla sua approvazione, è sopravvissuta a uno dei più  vivaci referendum della “Seconda Repubblica”, è stata fatta oggetto di innumerevoli istanze di legittimità costituzionale da giudici e avvocati e, l’anno scorso, anche di una importante sentenza della Suprema Corte, ma la legge sulla procreazione assistita non smette di far discutere. Due settimane fa la sentenza di un giudice di Salerno ha innescato l’ultimo vespaio di polemiche. In pieno contrasto con lo spirito e la lettera della legge, il giudice ha infatti autorizzato, per la prima volta in Italia, la diagnosi genetica preimpianto a una coppia fertile portatrice di una grave malattia ereditaria, l'atrofia muscolare spinale di tipo 1. Si tratta di una malattia che non dà scampo al nascituro, che a causa della progressiva paralisi e dell’atrofia di tutta la muscolatura scheletrica determina la morte di chi ne è affetto entro il primo anno di vita. La coppia che si è rivolta al giudice ha finora dovuto subire già quattro lutti. L’unica alternativa percorribile sarebbe stata la procreazione assistita. Sarebbe stata, perché, come è noto, la legge 40 del 2004 limita le pratiche di procreazione assistita solo ai casi di sterilità e di infertilità e, in ogni caso, vieta esplicitamente qualsiasi tentativo di diagnosi dell’embrione prima del suo impianto nell’utero materno. La selezione embrionale è vietata fondamentalmente per due ragioni: 1) perché la tutela del «concepito» è equiparata alla tutela della donna che dovrà eventualmente ospitarlo (art. 1); 2) perché la selezione tra embrioni malati ed embrioni sani potrebbe fare da preludio a una “deriva eugenetica” (art. 13). L’embrione ha pari soggettività giuridica della (eventuale) futura madre? La diagnosi preimpianto per selezionare gli embrioni affetti da gravi patologie ereditarie è paragonabile alla selezione eugenetica di matrice razzista e nazista?

Come abbiamo già  detto, il giudice salernitano non si è limitato, come hanno fatti molti altri giudici prima di lui, a sollevare la legittimità costituzionale di questi aspetti della legge dinanzi alla Consulta, ma è andato oltre. Ecco cosa scrive nelle motivazioni: «Il diritto a procreare e lo stesso diritto alla salute dei soggetti coinvolti, verrebbero irrimediabilmente lesi da una interpretazione delle norme in esame che impedissero il ricorso alle tecniche di Pma (procreazione medicalmente assistita) da parte di coppie, pur non infertili o sterili, che però rischiano concretamente di procreare figli affetti da gravi malattie, a causa di patologie geneticamente trasmissibili; solo la Pma, attraverso la diagnosi preimpianto, e quindi l'impianto solo degli embrioni sani, mediante una lettura "costituzionalmente" orientata dell'art. 13 della legge, consentono di scongiurare simile rischio». Per il giudice il diritto alla salute della donna non solo prevale rispetto a quello del concepito (in questo confortato da una recente sentenza della Corte Costituzionale, la 151/2009), ma rientrerebbe in questo suo diritto anche la possibilità di evitare il «concreto rischio di procreare figli affetti da gravi malattie geneticamente trasmissibili». Eugenia Roccella, sottosegretario alla Salute, ha reagito con parole durissime: «”Diritto alla salute", ma la salute di chi? non certo degli embrioni. Il giudice in sostanza stabilisce che per il diritto alla salute di uno si può sacrificare il diritto alla vita di venti», aggiungendo che per questa strada «si introduce un principio di eugenetica, e si dà un minor valore alla vita dei disabili».

Proprio su tali delicatissime e complesse questioni si sono di recente interrogati, presso la Sala conferenze della Facoltà di Medicina della Seconda Università di Napoli, autorevoli esperti nell’ambito della prima giornata di incontri su “Bioetica e riproduzione” promossi da Nicola Colacurci, ordinario di Ginecologia presso la SUN, in collaborazione con il Centro Interuniversitario di Ricerca Bioetica (CIRB) di Napoli. «Questa legge – ha detto Lorenzo Chieffi, costituzionalista e preside della Facoltà di Giurisprudenza della SUN - si è sin da subito contraddistinta per i suoi numerosi elementi di irragionevolezza. Certo il giudice di Salerno è andato indubbiamente oltre le sue prerogative, ma questo è probabilmente anche l’effetto del fatto che il legislatore è rimasto imbrigliato in una bioetica non costituzionalmente ispirata, legata piuttosto a una bioetica apertamente schierata». I limiti della legge sono forse il frutto di una eccessiva e forse voluta “chiusura”? «La modernità – ha evidenziato Giuseppe Lissa, ordinario di Filosofia Morale presso la “Federico II” - ci ha consegnato una natura che non è più depositaria di valori assoluti, da imporre a tutti. Noi siamo figli di un umanesimo dell’autonomia e della libertà, che però, se non vuole tornare a cadere negli orrori dei totalitarismi che credevano di poter realizzare anche attraverso la selezione razziale i propri ideali di perfezione, deve necessariamente sapersi coniugare con un umanesimo della responsabilità. Gli scienziati, primi fra tutti i medici, lo sanno bene: la scienza può pensare di progredire solo se la libertà della propria ricerca viene bilanciata dalla responsabilità che ognuno di noi è tenuto a esercitare nei confronti di chi è più debole. Senza né dogmi, né ideologismi di sorta».
 

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