Antonio Ruberti era nato ad Aversa il 27 gennaio 1927 e si era laureato a Napoli in ingegneria. Ma poi, come succede a molti nostri giovani, aveva lasciato la città percorrendo per intero la carriera accademica: diventando prima Preside della facoltà di Ingegneria e poi rettore della più grande università italiana, La Sapienza di Roma. Aveva interessi per la cibernetica e, più in particolare, per il controllo automatico e la teoria dei sistemi. Era un ingegnere, ma si confrontava con la scienza di punta. Aveva indubbie capacità dirigenziali.
Tutte queste virtù le ha messe al servizio di due idee fondamentali che ha coltivato per tutta la vita. La prima è che viviamo in una nuova era, fondata sulla conoscenza. E che in questa era il sapere in generale e il sapere scientifico assolvono a un ruolo affatto nuovo e dinamico: costituiscono il motore dello sviluppo culturale, sociale ed economico. Ne consegue che compito di una classe dirigente è non tenere fuori, ma portare un paese – o una regione o un’area o un intero continente – dentro l’era della conoscenza. Se è di sinistra (e Ruberti lo era), una classe dirigente ha un dovere in più: qualificare lo sviluppo, rendendolo socialmente ed ecologicamente sostenibile.
Alla luce di queste due idee – il ruolo della conoscenza e il ruolo di una classe dirigente nella nostra società – una volta diventato protagonista politico (prima col Psi poi col Pds) e Ministro della repubblica, Ruberti ha proposto e in parte realizzato sia una riforma per rendere l’università più aperta ai nuovi tempi (un’università di massa per la società della conoscenza), sia la creazione di un Ministero autonomo dotato di portafoglio in grado di perseguire una politica coerente e organica sia per l’università sia per la ricerca scientifica. Non ebbe paura delle contestazioni cui – a torto, ma anche a ragione – fu fatto oggetto, in particolare dal movimento studentesco della Pantera.
Inoltre, convinto che non si fanno le nozze coi fichi secchi, Ruberti ha chiesto – e più di ogni altro – ottenuto che lo stato aumentasse gli investimenti in alta formazione e in ricerca scientifica. Non è un caso che l’Italia abbia raggiunto con Ruberti tra il 1989 e il 1992 un picco di spesa in ricerca: l’1,2% sul Pil che rappresenta a tutt’oggi il massimo storico.
Ma Ruberti era convinto che gli equilibri nell’era conoscenza non si stabiliscono solo tra nazioni, ma a ogni livello: locale, nazionale e continentale. E che questi livelli vanno integrati. Per questo, diventato nel 1993 Commissario europeo, ha lanciato l’idea della creazione di un’«area comune della ricerca». Una casa comune della scienza europea condizione necessaria per consentire al continente di continuare a svilupparsi in un mondo sempre più globalizzato.
Ruberti non dimentica l’Italia. Il nostro paese ha un ruolo da svolgere, pensa, se si sveste di ogni provincialismo e localismo e assume una dimensione pienamente europea. Se non lo fa non solo è culturalmente fuori dall’Europa (e non sarebbe certo cosa da poco), ma è destinata anche al declino economico.
Giudichi il lettore se non è il caso di riflettere ancora oggi sulle indicazioni di Antonio Ruberti. Un campano con lo sguardo lungo.